Federico Grom, luminare dell'economia reale
«il sistema deve rimanere rigido nei valori,
ma flessibile nell’ adattamento»
29 maggio 2026 | Lorena Marchica
Tempo di lettura: 2-3 minuti
Quando gli scenari globali si fanno intricati, quando la stabilità sembra un’illusione e ogni giorno porta novità quasi mai rassicuranti, c’è chi, come i pellegrini in cerca di oracoli, va a interrogarli. E allora ascoltare le parole di Federico Grom – che conosce il rischio, la crescita e il sistema economico – diventa un gesto necessario, quasi rituale, per chi vuole cogliere in quale direzione il mondo potrebbe muoversi.
Alla domanda su come interpreti lo scollamento tra finanza ed economia reale, l’esperto del settore risponde: «È una distanza pericolosa. Quando la finanza corre troppo, costruisce apparati fittizi che a lungo andare la realtà smaschera. Io resto un uomo dell’economia reale: voglio toccare il prodotto, sentirne il sapore, vedere la terra che lo ha generato. La finanza deve essere il carburante, non il motore».
Dal 2003, l’azienda del settore alimentare Grom ha dimostrato lungimiranza e visione strategica, affrontando mercati complessi e rivelandosi fautrice del connubio tra artigianalità e visione globale. È la storia di chi ha saputo rischiare, esporsi e vincere quando altri esitavano.
La pubblicazione di Grom. Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori (2015) ha raccontato nella sua interezza questa autobiografia imprenditoriale tutta all’italiana: un’amicizia, un sogno condiviso e un’avventura commerciale che ha trasformato un negozio di 25 metri quadrati a Torino in un marchio internazionale.
Federico Grom, con una solida formazione economica, e Guido Martinetti, enologo e consulente vitivinicolo, hanno fondato la loro impresa selezionando le migliori materie prime e coltivando frutta biologica nella loro azienda agricola e vitivinicola Mura Mura di Costigliole d’Asti, rinunciando all’uso di additivi. Ma soprattutto hanno sviluppato un approccio operativo fondato su audacia, tenacia e una costante — quasi compulsiva — ricerca della qualità.
Una visione che prosegue ancora oggi con LEC, una contaminazione tra food, sport e lifestyle, nata nel 2024 insieme a Charles Leclerc, pilota monegasco di Formula 1, e Nicolas Todt, procuratore sportivo e imprenditore francese.
Con quel parlare chiaro e fiducioso, in un’intervista al Corriere della Sera Federico Grom si racconta, ribadendo con forza di non essere mai cresciuto a pane e privilegi. Con analoga schiettezza, restituisce la sua verità «senza filtri».
INTERVISTA
Quanto è importante coniugare la creazione di valore nel prodotto con una visione di crescita scalabile e di valorizzazione dell’impresa?
«La verità brutale? Se il prodotto non è ossessivamente eccellente, la scalabilità è solo la moltiplicazione di un errore. In Grom non abbiamo scalato un gelato, abbiamo scalato un sistema di approvvigionamento e una filosofia agricola. La valorizzazione dell’impresa è la conseguenza naturale di un’efficienza operativa che non scende a patti con la qualità. Se si deve scegliere tra crescere dell’1% o abbassare la qualità dell’1%, bisogna fermarsi. La crescita senza anima è solo debito tecnico e reputazionale».
Una scelta controintuitiva che si è poi rivelata vincente?
«Comprare terra e diventare agricoltori, quando tutti ci consigliavano di concentrarci sul retail…sembrava una distrazione romantica. In realtà era il controllo totale della filiera, un’integrazione verticale estrema: senza Mura Mura, Grom sarebbe stato solo un’altra etichetta di gelato. Invece, è diventato un modello di agricoltura applicata al commercio».
Ripensando alle decisioni della sua carriera, che ruolo hanno avuto gli errori? Ce n’è uno che considera decisivo per la sua evoluzione?
«Gli errori non sono lezioni, sono dati. Uno dei più decisivi? Forse l’eccesso di ottimismo nei primi mercati esteri, dove abbiamo sottovalutato differenze culturali e preferenze locali. Questo mi ha insegnato che il sistema deve rimanere rigido nei valori, ma flessibile nell’adattamento. Senza quell’attrito, non avrei mai compreso come scalare LEC a livello globale in tempi record».
C’è un insegnamento che lo sport le ha trasmesso e che ha avuto un impatto sulle sue decisioni lavorative?
«Lo sport mi ha insegnato la resistenza alla fatica. Nel business, come in una maratona, il talento serve a percorrere i primi chilometri, ma è la capacità di gestire il dolore – o lo stress finanziario – a determinare il raggiungimento del traguardo. E poi c’è lo staff: come in una squadra, non cerco solo i “fuoriclasse”, ma chi condivide e crede nel progetto. Senza coinvolgimento emotivo, si possiede soltanto un ufficio pieno di computer».
Nel suo approccio imprenditoriale, prevale la propensione al rischio calcolato o una strategia più controllata?
«Nessuno dei due. Io credo nella paranoia costruttiva. Analizzo sempre il Worst Case Scenario: se posso sopravvivere al fallimento totale senza compromettere tutto il resto, allora rischio. Non è prudenza, è protezione del sistema».
Esiste, secondo Lei, un “palato imprenditoriale”, ovvero la capacità di intuire prima degli altri ciò che potrà avere successo?
«Esiste, ma non è magia. È osservazione attenta dei margini. Intuire il successo significa individuare le frizioni che nessuno sta ancora risolvendo. Con LEC, ad esempio, abbiamo previsto il passaggio verso un consumo più consapevole, in cui la trasparenza, qualità degli ingredienti ed etica produttiva diventano parte integrante del valore percepito dal consumatore. L’intuizione imprenditoriale nasce dall’incontro tra competenza tecnica e sensibilità culturale: non si tratta solo di capire cosa manca sul mercato, ma anche di percepire il mutamento dei desideri collettivi, spesso prima ancora che vengano espressi apertamente».
Progetto LEC: un’intuizione da pionieri o un’evoluzione naturale del mercato?
«È una contaminazione necessaria. Nel nostro caso, ci siamo trovati davanti a uno spazio vuoto tra due mondi apparentemente inconciliabili: da una parte il piacere autentico del gelato artigianale, dall’altro le nuove esigenze legate al benessere e alla nutrizione. Il gelato LEC non è una delizia dietetica-punitiva, bensì un prodotto di alta qualità con un apporto calorico ridotto. Oggi il consumatore non acquista più categorie – cibo, sport, moda – ma valori. LEC rappresenta l’evoluzione naturale di un mercato in cui il marchio deve avere la stessa credibilità di un atleta e la stessa piacevolezza di un dessert».
Ci riserverà presto qualche iniziativa intrisa della sua creatività?
«La mia curiosità non dorme mai. Sto esplorando mondi in cui la creatività può smontare vecchi paradigmi. Possiamo dire che terra, gusto e innovazione continueranno a danzare insieme».
La visione ad ampio respiro di Grom e Martinetti non si costringe a scegliere tra radici e orizzonte. La sua forza risiede nella capacità di unirli, rivoluzionandosi senza perdere identità e battendosi in prima linea per la tutela del Made in Italy, senza attendere che sia il riconoscimento oltreconfine a ricordarcene il valore, come la storia troppo spesso ci ha insegnato.