Mario Roggero,
il processo alla nostra coscienza
22 luglio 2026 | Lorena Marchica
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«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».
Primo Levi, I sommersi e i salvati
RIFLESSIONI OLTRE LA GIUSTIZIA
Dal 17 luglio 2026, il dibattito pubblico attorno al caso di Mario Roggero – il gioielliere piemontese condannato per aver inseguito e ucciso due dei tre rapinatori in fuga dalla sua attività– ha travalicato le aule di tribunale per invadere i social media e le conversazioni quotidiane. Se ne è discusso ovunque: nelle famiglie, tra amici, nei luoghi di lavoro, nei bar, nelle piazze reali e virtuali, spesso con toni accesi e posizioni inconciliabili.
Dopo mesi di assedio mediatico sul caso Garlasco— riemerso protagonista e trasformato in un vero e proprio fenomeno di massa — l’opinione pubblica si è trovata a confrontarsi con un’altra vicenda destinata a polarizzare profondamente le coscienze collettive.
Siamo davvero sicuri che la questione si esaurisca nel giudicare soltanto la condotta del singolo? Oppure questa vicenda ci costringe a guardarci dentro?
IL CONFINE GIURIDICO: QUANDO LA LEGITTIMA DIFESA SMETTE DI ESSERE TALE
La legge italiana riconosce a ogni individuo la possibilità di proteggersi da un’aggressione e da un pericolo concreto, ma stabilisce anche un limite preciso: la reazione deve essere vincolata a un’immediata esposizione al rischio.
L’Art. 52 del Codice penale, anche dopo le modifiche introdotte dalla Legge n. 36/2019 sulla legittima difesa, conserva un termine decisivo: “attuale”. La minaccia alla vita o all’incolumità fisica deve essere presente nell’esatto momento in cui ci si difende. Dunque, non è sufficiente che un pericolo sia esistito in precedenza.
È proprio qui che risiede il confine tra difesa e vendetta: la prima nasce dalla necessità di proteggersi da un pericolo imminente; l’altra, invece, dal desiderio di colpire qualcuno per un torto ricevuto. Si sfocia così nell’ambito della “giustizia privata”.
Comprendere questo principio non significa ignorare la paura, la rabbia o il trauma di chi subisce un reato. Significa altresì ricordare che uno Stato di diritto nasce proprio per impedire che siano le emozioni del momento a stabilire quale debba essere la risposta a un’ingiustizia patita.
UN “CORTOCIRCUITO” SOCIOLOGICO: DIFENDERE LA FAMIGLIA O CEDERE ALL’IMPULSO?
Una delle argomentazioni più ricorrenti è la necessità di “proteggere i propri cari”. Tuttavia, sembra emergere un evidente cortocircuito logico e sociologico.
Laddove la priorità assoluta fosse davvero la tutela dei familiari, la reazione più coerente consisterebbe nel prestare loro immediata presenza e assistenza. Al contrario, impugnare un’arma e inseguire i responsabili all’esterno parrebbe delineare un comportamento guidato da un impulso punitivo — quasi una forma di esecuzione sommaria — anziché da una reale urgenza difensiva.
LA GIUSTIZIA “FAI DA TE” MINA LA SICUREZZA DI TUTTI
Legittimare che chiunque possa esplodere colpi d’arma da fuoco non crea una società più sicura. Al contrario, espone la collettività a un rischio sistemico.
Talvolta si tende a considerare tale modus operandi come una questione “privata” tra chi delinque e chi si difende. Ma quando si apre il fuoco in un’area urbana, la controversia diventa inevitabilmente pubblica.
In uno scorcio della città, un’azione d’impulso commessa in uno stato di forte agitazione emotiva può facilmente provocare conseguenze imprevedibili.
Immaginare che in quel tratto di strada potesse transitare un passante aiuta a comprendere il motivo per cui lo Stato non può delegare l’uso della forza alla reazione individuale.
Nel caso specifico, a meno di 300 metri si trova un asilo infantile. Un colpo d’arma da fuoco non ponderato avrebbe potuto provocare una strage di proporzioni drammatiche.
LA GERARCHIA DEI VALORI
Tra il furto di un bene materiale e la privazione della vita, il nostro ordinamento giuridico delinea una netta distinzione.
Non è casuale che il Codice penale preveda pene edittali per il furto o la rapina rispetto all’omicidio. I beni materiali possono essere recuperati, ricomprati o risarciti; la vita umana, invece, è irreversibile. Nessuna sentenza, nessun risarcimento potrà mai restituirla.
Sostenere dunque che “rubare meriti la morte” implica il sovvertimento della scala dei valori umani su cui si fonda qualsiasi civiltà avanzata.
L’IMPATTO DELLA MORTE SULL’UOMO
Sovente si ignora l’effetto che l’atto di uccidere ha su chi preme il grilletto. Togliere la vita non è mai un gesto neutro: l’esperienza storica dimostra che porta con sé un prezzo altissimo, capace di logorare anche l’animo più saldo.
Ne sono un esempio i veterani del Vietnam affetti da stress post-traumatico e le testimonianze di molti partigiani italiani che, pur avendo combattuto contro il nazifascismo, hanno raccontato il profondo conflitto morale scaturito dall’essere stati costretti a togliere la vita ad altri esseri umani.
Lungi dall’ assimilare la Resistenza o qualsiasi altra vicenda alla cronaca nera, la lezione resta identica: togliere una vita porta con sé un enorme peso.
Per questo sconcerta ed è da osservare con sospetto l’esultanza di una parte del dibattito pubblico. Se persino chi ha imbracciato le armi in contesti bellici ha vissuto l’uccisione con dolore, dovremmo interrogarci sul livello di civiltà di chi trasforma la morte in motivo di applauso.
Giuseppe Ungaretti (1888-1970), NON GRIDATE PIÙ
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
L’ILLUSIONE DELL’IMPUNITÀ E LA SCOPERTA DELL’OVVIO
L’elemento “anomalo”, da un punto di vista prettamente sociologico, è la reazione di sorpresa di fronte alla condanna: sembra quasi che una parte dell’opinione pubblica abbia “scoperto” solo oggi che in Italia il duplice omicidio volontario e il tentato omicidio della terza persona coinvolta nei fatti costituiscano reati puniti con la reclusione.
Questa perdita di aderenza alla realtà è il frutto di anni di retorica dello “sceriffo”, in cui si è fatto credere ai cittadini che la rabbia e l’impulso punitivo valessero più della vita e del Codice penale.
L’INVOCATA GRAZIA
Invocare la grazia al Presidente della Repubblica di fronte a una condanna si traduce nella richiesta alle istituzioni di derogare al principio della certezza della pena sancito dalla magistratura. Anche in questo contesto, fare paragoni azzardati tra reati di natura diversa (come quelli finanziari o politici) e un duplice omicidio, unito al tentato omicidio, rivela una profonda incomprensione di come funziona la giustizia:
- Innocenti fino a prova contraria. Su internet circolano spesso teorie, sospetti e accuse sommarie; nonostante ciò, nello Stato di diritto le opinioni e i sospetti non costituiscono prova. Senza condanne definitive e prove certe, per la legge (e per la Costituzione) vige la presunzione di innocenza.
- La schiacciante evidenza dei fatti. Nel caso in questione, non ci si trova di fronte a illazioni, ma ad atti certi e validati da tre gradi di giudizio: ci sono perizie, riscontri oggettivi e, soprattutto, ci sono due vite umane spezzate per strada.
L’ATTRAZIONE PER LA VIOLENZA E LA TRADIZIONE COSTITUZIONALE
Da tempo si respira un clima di crescente tensione e di serpeggiante attrattiva per la violenza. Quando la rabbia sociale aumenta e la sensazione di insicurezza si fa strada, la tentazione della forza bruta appare a molti come la risposta più rapida ed efficace.
È un’illusione pericolosa. La nostra Costituzione è nata precisamente per arginare questa deriva: così come l’Art.11 rifiuta la violenza e la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra i popoli, l’intera tradizione costituzionale ha posto al centro la legalità, la separazione dei poteri e il monopolio statale dell’uso legittimo della forza.
La storia politica italiana ha sempre rivendicato il primato della legge, delle regole e della diplomazia di fronte alla prepotenza delle armi. Lo dimostrano figure come Enrico Berlinguer o la gestione dell’atto terroristico dell’Achille Lauro nel 1985, in cui la lucida fermezza del comandante Gerardo De Rosa a bordo e la linea negoziale del governo di Bettino Craxi evitarono una strage di massa, culminando poi nell’orgoglio sovrano mostrato a Sigonella di fronte alle pressioni militari statunitensi.
Abbracciare la retorica del “giustiziere” che si sostituisce alle istituzioni significa allontanarsi e regredire rispetto ai valori su cui si fonda la Repubblica.
SALVIAMO LO STATO DI DIRITTO
Difendere la legge significa ricordare che nessuno ha il diritto di sostituirsi alla giustizia e che la perdita della pietà umana è il primo passo verso la disumanizzazione.
In uno Stato di diritto contano le leggi, le garanzie e le decisioni dei tribunali. Normalizzare atti di giustizia privata produce l’effetto opposto: indebolisce l’ambito della legalità e alimenta la disgregazione morale.
L’INGIUSTIZIA NON SI CURA CON L’ANARCHIA
Ingiustizie e traumi segnano profondamente la vita di chi li subisce. Ciononostante, trasformare la rabbia e l’emozione del momento in un presunto diritto di “punire” equivale a spalancare le porte all’anarchia.
Nessuno ha il diritto di tentare o di porre fine alla vita di un altro essere umano. Perciò difendere lo Stato di diritto non significa difendere chi delinque— da giudicare nelle sedi competenti— ma proteggere la comunità intera dalla deriva della vendetta privata.
Quando la forza sostituisce il diritto e prende il posto della giustizia, a essere minacciata non è solo la vita del colpevole, ma la sicurezza e la convivenza civile di tutti.
RESISTERE ALL’ATTRAZIONE PER IL MALE
Da dove ha origine la fascinazione del giustizialismo?
La vendetta è un istinto primordiale, facile e veloce da invocare. La giustizia, invece, richiede maturità, rispetto delle regole e capacità di contenere la rabbia. Un Paese civile non si misura da quanti cittadini armati sono pronti a farsi giustizia da soli, ma dalla sua capacità di garantire la sicurezza attraverso lo Stato, mantenendo viva la pietà umana ed evitando che il male subìto si trasformi in altro male commesso.
L’istinto di sopravvivenza appartiene alla nostra natura. Ma proprio perché dotati di ragione, e quindi guidati da scelte non dettate puramente dall’impulso, abbiamo costruito regole, istituzioni e leggi capaci di trasformare la forza in diritto e la vendetta in giustizia.
Se rinunciamo a questo patrimonio, non stiamo tornando a una condizione più naturale, bensì stiamo rinunciando a una delle conquiste più importanti della nostra civiltà. La vera posta in gioco nel caso Roggero non è solo la condanna di un singolo episodio di cronaca… è la difesa della nostra struttura sociale.