Non chiamatelo camionista.
Federico Gamba

Una vita in movimento tra deserti, frontiere e passeggeri 'invisibili'

10 giugno 2026 | Lorena Marchica
Tempo di lettura: 4-5 minuti

Non chiamatelo camionista
INTRODUZIONE

Federico Gamba non è un camionista professionista e ci tiene a chiarirlo fin dall’inizio. «Non faccio né il camionista né l’autotrasportatore», spiega. «Guido per passione e possiedo tutte le abilitazioni necessarie per condurre veicoli fino all’autotreno, esclusivamente nell’ambito della logistica e dell’assistenza ai rally raid e ai viaggi avventura, sia per auto che per moto e altri mezzi».

Eppure, da oltre vent’anni, la sua vita scorre lungo alcune delle rotte più lunghe e affascinanti del pianeta. Dai deserti del Marocco alle piste dell’Algeria, fino alle strade che un tempo conducevano al Silk Way Rally verso la Cina, ha attraversato confini, culture percorrendo migliaia di chilometri per inseguire una passione nata molto prima che diventasse parte della sua attività.

LA CITTADINA OLTRE LA CARTOLINA

Hammamet si configura, nello sguardo europeo contemporaneo, come uno spazio urbano sospeso tra rappresentazioni differenti e solo apparentemente inconciliabili. Da un lato emerge la dimensione della destinazione turistica, evidente nell’area di Yasmine Hammamet, caratterizzata da resort internazionali e infrastrutture dedicate all’intrattenimento turistico lungo il litorale marino, secondo logiche di consumo globale. D’altra parte, la città conserva una stratificazione storica e simbolica radicata nel Mediterraneo arabo, visibile soprattutto nella Medina e nel centro storico fortificato, le cui mura affacciate sul mare restituiscono l’immagine di una continuità culturale che precede la modernità turistica.

LA NASCITA DI UNA VOCAZIONE

Il primo ricordo legato a un mezzo pesante risale a un evento di fuoristrada organizzato dal club di cui faceva parte. Tra i partecipanti c’era un appassionato di Alba (CN) — Adolfo Marino — proprietario di un Mercedes Unimog che aveva preso parte a una delle storiche edizioni della Parigi-Dakar.

Per un cultore del settore come Federico era un sogno a occhi aperti. Quel giorno ebbe l’opportunità di mettersi al volante del veicolo e quell’emozione non lo ha mai abbandonato. «Provo gli stessi brividi ancora oggi quando guido un mezzo di assistenza 6×6 o un camion a trazione integrale come l’Iveco», racconta.

La sua formazione alla guida dei mezzi pesanti inizia nel 1998 con il conseguimento della patente D per autobus. Una qualifica che poco utilizza fino al 2002, quando prende parte più attivamente nel mondo dei rally raid, occupandosi dello spostamento dei camion da corsa e partecipando alle competizioni come navigatore.

La passione per l’off-road è fortissima, ma praticarlo direttamente richiede investimenti che all’epoca non può permettersi. Per continuare a vivere quel mondo sceglie quindi il sedile accanto al pilota. Un ruolo che però comporta altre difficoltà: Federico soffre di un forte mal d’auto e durante le gare è costretto a utilizzare particolari cerotti contro la nausea. Nonostante gli ostacoli, decide di rimanere nell’ambiente che ama, spostandosi sempre più verso l’assistenza e la logistica.

Nel 2015 ottiene la patente E per il traino dei rimorchi e inizia a percorrere con maggiore frequenza le grandi rotte internazionali dei rally raid e delle spedizioni avventura.

Oggi il Marocco rappresenta una delle principali destinazioni per questo tipo di spedizioni, seguito da Tunisia, Algeria, Mauritania, Senegal, Turchia, Spagna e Portogallo. Prima della guerra in Ucraina, una delle esperienze più straordinarie era il Silk Way Rally: un viaggio di oltre 11.000 chilometri che attraversava Francia, Belgio, Germania, Finlandia, Russia, Kazakhstan e Cina. In alternativa, il percorso passava da Germania, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia prima di raggiungere la Finlandia. Trasferte che significavano settimane lontano da casa, spesso oltre un mese consecutivo.

«Non faccio il camionista», ripete Federico, «ma probabilmente nel breve periodo guido più di molti autotrasportatori». Un’affermazione che racchiude la storia di un uomo che ha trasformato una passione in uno stile di vita scandito da strade infinite e frontiere da valicare.

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LA NECESSITÀ DI MOVIMENTO 

Se c’è una parola che sintetizza il rapporto di Federico Gamba con le lunghe tratte è libertà. Non parla di motori, prestazioni o record di percorrenza. Parla di movimento.

«Quello che mi affascina di più è spostarmi», racconta. «Il mio spirito gitano viene appagato dal tragitto. Mi piace entrare in contatto con culture diverse, che si riflettono nel cibo, nei paesaggi, nelle lingue, nei tratti somatici delle persone e nelle loro usanze».

È questa curiosità verso il mondo che rende sopportabili le fatiche del viaggio: ore e ore al volante, carichi da sistemare, bagagli, pezzi di ricambio, attrezzature da officina e strade spesso dissestate che sembrano non finire mai.

«Attraversare una frontiera, fare rifornimento in un Paese dove il carburante costa 20 centesimi al litro o osservare panorami unici dal parabrezza ripaga ogni sacrificio», spiega. Quel vetro anteriore diventa una sorta di schermo gigante sul mondo, attraverso il quale scorrono deserti, montagne, città, villaggi e civiltà diverse. Un osservatorio privilegiato che pochi possono vantare.

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LE SFIDE DEL DESERTO

Tra le esperienze più intense vissute da Federico ci sono quelle nei deserti dell’Africa. L’ultima, in ordine di tempo, è stata in Algeria, nel gennaio scorso.

«Quando si parla di deserto si immaginano subito dune e sabbia, ma non è sempre così», racconta. «In territorio algerino, per esempio, si possono percorrere quasi 1.800 chilometri trovando appena cinque o sei centri abitati. A volte la zona arida è attraversata da strade asfaltate, altre volte si sviluppa in zone montuose fatte soltanto di rilievi rocciosi».

Poi arriva la sabbia, quella che tutti hanno in mente.

«In moto è una sensazione fantastica. Ci si sente liberi e quando si supera una duna con facilità si prova quasi una sensazione di potenza. Con un’auto bisogna già prestare maggiore attenzione. Con un camion da assistenza che trasporta carburante, acqua, bagagli, officina e ricambi per quattordici motociclisti, per un totale di circa quattordici tonnellate, invece non ci si può permettere errori».

La preparazione diventa fondamentale. Le gomme vengono sgonfiate per aumentare la superficie di appoggio sul fondo sabbioso: dalle otto atmosfere utilizzate sulle piste si passa a quattro, fino ad arrivare a due e mezzo sulle dune. «Gli pneumatici diventano praticamente delle pizze», scherza. Anche così, però, basta un tratto di sabbia più morbida del previsto o una marcia inserita nel momento sbagliato per ritrovarsi bloccati.

«Con il vecchio Iveco che guidavo dovevo controllare continuamente il terreno davanti a me. Era come muovere un pachiderma. Quando ci si ferma nella sabbia e si è soli, non esistono molte alternative: si prende la pala e si comincia a scavare, magari per ore sotto il sole». E quando alla sabbia si aggiunge una tempesta, la sfida diventa completa.

Nondimeno, proprio nei luoghi più ostili, Federico trova anche le emozioni più intense.

«Ci sono paesaggi che mi hanno costretto a fermarmi perché lo sguardo non riusciva ad abbracciarli tutti. Dovevo scendere dal camion: il parabrezza non era abbastanza grande per contenere tutta quella bellezza». E così arrivano le notti nel deserto, il cielo stellato, il silenzio assoluto e una vita ridotta all’essenziale.

«Niente cellulare, nessuna comodità. Persino l’acqua era razionata per tutto il gruppo. È in quei momenti che si capisce quanto poco serva davvero per vivere».

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LE FRONTIERE, I GUASTI MECCANICI E I PASSEGGERI ‘INVISIBILI’ 

Per chi viaggia con camion e mezzi di assistenza al seguito, attraversare una frontiera può trasformarsi in un percorso burocratico complesso. Sebbene esistano documenti internazionali pensati per uniformare le procedure, nella pratica ogni Paese applica regole proprie.

«Vale il detto: Paese che vai, usanza che trovi». È per questo che l’esperienza maturata sul campo conta spesso più delle norme scritte. In alcuni casi si è costretti a modificare il percorso per raggiungere valichi considerati più affidabili, anche a costo di allungare sensibilmente il viaggio.

Nonostante la crescente digitalizzazione, i posti di frontiera continuano a rappresentare una realtà a sé. «A volte basta un controllo aggiuntivo, altre volte servono decine di timbri e documenti. Sono situazioni che richiedono pazienza, adattabilità e una buona conoscenza delle procedure locali».

Alle difficoltà burocratiche si aggiungono gli imprevisti. I camion impiegati in queste spedizioni sono mezzi semplici e robusti, scelti perché riparabili anche nelle zone più remote. Questo, però, non significa che i problemi manchino.

«Anni fa, in Marocco, stavo trasportando alcuni Hummer destinati a un club di Parigi quando si ruppe il mozzo della ruota sinistra del camion. Mi trovavo fermo in autostrada, in un tratto dove il traffico era pressoché inesistente». Per raggiungere un’officina Federico fu costretto a scaricare uno dei veicoli trasportati e utilizzarlo per cercare un meccanico e reperire il pezzo di ricambio necessario. La riparazione richiese circa un giorno e mezzo.

Il problema era la mancanza dell’attrezzatura necessaria. Per smontare il mozzo sarebbe stato necessario un estrattore, uno strumento normalmente presente nelle officine specializzate ma impossibile da reperire in quella situazione. «Abbiamo quindi improvvisato utilizzando una cinghia a cricchetto con cui si fissano le auto sulla bisarca, capace di sopportare una trazione di sette-otto tonnellate, insieme a un cric da camion in grado di sollevarne fino a venti».

Il sistema venne assemblato direttamente in una piazzola di sosta: il cric fu posizionato contro il perno sul quale era montato il mozzo, mentre la cinghia veniva progressivamente messa in tensione. A intervalli regolari il pezzo veniva colpito con una mazza nel tentativo di liberarlo dalla sua sede.

«Era un’operazione piuttosto pericolosa», ammette. «Se il mozzo si fosse staccato all’improvviso sarebbe potuto diventare un vero e proprio proiettile». Ed è esattamente ciò che accadde: una volta liberato, la parte centrale della ruota attraversò la carreggiata e terminò la sua corsa contro il guard rail.

«Ce lo aspettavamo e ci eravamo posizionati lateralmente proprio per evitare qualsiasi rischio. È una filosofia molto diffusa in Africa: arrangiarsi con quello che si ha e trovare comunque una soluzione».

Sulle rotte tra il Nord Africa e l’Europa c’è anche un’altra realtà con cui fare i conti: quella dei migranti che tentano di attraversare clandestinamente le frontiere nascondendosi sui mezzi pesanti.

L’ultimo viaggio in Marocco, racconta Federico, è stato particolarmente complicato. Stava percorrendo l’autostrada che conduce a Nador, nei pressi di Melilla, per raggiungere il porto da cui avrebbe dovuto imbarcarsi verso Almeria. Fu proprio durante le operazioni di controllo che cinque persone vennero individuate dagli scanner del porto prima dell’imbarco. Un sesto, però, riuscì a eludere i controlli e venne scoperto soltanto all’arrivo in Spagna durante un’altra ispezione. «I cani antidroga avevano segnalato qualcosa. Nel camion trovarono un ragazzo che avrà avuto circa quattordici anni e che aveva con sé anche un piccolo quantitativo di hashish».

Quando scopre che qualcuno si è introdotto clandestinamente sul camion, Federico segue sempre la stessa procedura.

«La prima cosa da fare è chiamare la polizia. Serve una testimonianza ufficiale che dimostri che nessuno è stato caricato volontariamente sul mezzo. A volte le persone trovate a bordo sostengono di aver pagato il conducente per essere trasportate in Europa ed è quindi necessario tutelarsi».

Una volta accertata la presenza di qualcuno a bordo, però, i margini d’azione sono limitati. «Far scendere qualcuno lungo la strada serve a poco. Chi cerca di attraversare il confine illegalmente tenta spesso di risalire sul mezzo alla prima occasione. Se si incontra una pattuglia si può chiedere un controllo, ma non sempre è possibile. Nei porti, invece, le verifiche sono più rigorose e spesso queste persone vengono individuate prima dell’imbarco». Non sempre tuttavia accade in tempo.

Alcuni riescono a rimanere nascosti per centinaia di chilometri, talvolta anche per uno o due giorni, approfittando delle soste o degli spazi presenti sui veicoli.

«In quel tempo possono succedere molte cose. A volte vengono aperti bagagli, danneggiati materiali o tagliati i teli dei camion per creare punti d’accesso». Situazioni che Federico ha vissuto soprattutto sulle tratte tra Marocco e Spagna e, in misura minore, in Tunisia.

Alla domanda se in quei momenti prevalga la preoccupazione personale o l’empatia verso chi tenta di attraversare illegalmente una frontiera, la sua risposta è diretta e riflette le esperienze accumulate negli anni.

Dichiara di aver più volte cercato di dialogare con alcuni di loro, spiegando le difficoltà che spesso attendono chi arriva in Europa senza documenti, denaro o una rete di sostegno.

«Molti immaginano un futuro diverso da quello che poi trovano realmente». Parole che non nascondono la complessità di un fenomeno che Federico osserva dalla prospettiva di chi attraversa frontiere e corridoi migratori, vivendo sulla propria pelle anche le conseguenze pratiche di questi tentativi di passaggio.

Nonostante gli imprevisti, le difficoltà burocratiche, i guasti meccanici e le criticità legate al fenomeno dell’immigrazione irregolare, non ha alcuna intenzione di smettere. «Per me non è un lavoro, è una passione». Una vocazione nata dall’amore per i mezzi, per i grandi viaggi e per l’Africa.

«Ho fatto incontri incredibili e visto luoghi straordinari. Ho raccontato un lato più difficile di questa attività, ma c’è anche tutto il resto».

C’è il fascino dei deserti, dei bivacchi nel cuore del Sahara, delle piste percorse dai grandi rally internazionali e delle notti sotto un cielo stellato lontano da qualsiasi centro urbano. «Anche vivendo l’evento dall’altra parte della barricata, partecipare a un bivacco della Dakar porta inevitabilmente a pensare una cosa sola: io c’ero».

Ed è probabilmente questa la frase che meglio riassume la storia di Federico Gamba: la storia di un uomo che continua a partire non perché deve, ma perché non potrebbe fare altrimenti.

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