Tunisia: Hammamet
comunità italiana, turismo residenziale e ricerca antropologica sul campo
14 maggio 2026 | Lorena Marchica
Tempo di lettura: 5-6 minuti
LA CITTADINA OLTRE LA CARTOLINA
Hammamet si configura, nello sguardo europeo contemporaneo, come uno spazio urbano sospeso tra rappresentazioni differenti e solo apparentemente inconciliabili. Da un lato emerge la dimensione della destinazione turistica, evidente nell’area di Yasmine Hammamet, caratterizzata da resort internazionali e infrastrutture dedicate all’intrattenimento turistico lungo il litorale marino, secondo logiche di consumo globale. D’altra parte, la città conserva una stratificazione storica e simbolica radicata nel Mediterraneo arabo, visibile soprattutto nella Medina e nel centro storico fortificato, le cui mura affacciate sul mare restituiscono l’immagine di una continuità culturale che precede la modernità turistica.
LA CITTADINA OLTRE LA CARTOLINA
Hammamet si configura, nello sguardo europeo contemporaneo, come uno spazio urbano sospeso tra rappresentazioni differenti e solo apparentemente inconciliabili. Da un lato emerge la dimensione della destinazione turistica, evidente nell’area di Yasmine Hammamet, caratterizzata da resort internazionali e infrastrutture dedicate all’intrattenimento turistico lungo il litorale marino, secondo logiche di consumo globale. D’altra parte, la città conserva una stratificazione storica e simbolica radicata nel Mediterraneo arabo, visibile soprattutto nella Medina e nel centro storico fortificato, le cui mura affacciate sul mare restituiscono l’immagine di una continuità culturale che precede la modernità turistica.
Situata lungo la penisola di Cap Bon, nel Governatorato di Nabeul, Hammamet presenta tratti di frontiera culturale in cui convivono dinamiche economiche universali, tradizione islamica, memoria del passato coloniale francese e persistenti influenze europee. Tra queste, l’immancabile presenza italiana, consolidatasi nel tempo non soltanto attraverso i flussi turistici e commerciali, ma anche mediante il legame politico e la narrazione dei media che, a partire dagli anni Novanta, ha contribuito a inscrivere la località nell’immaginario collettivo nazionale.
BETTINO CRAXI: L’ESILIO (1934-2000)
Per molti italiani — soprattutto per le generazioni che hanno vissuto in prima persona la crisi politica di fine millennio — tale realtà urbana continua a essere associata quasi inevitabilmente a questo esponente politico. Ne custodisce testimonianza contemporanea il film Hammamet, distribuito nelle sale cinematografiche nel 2020 e diretto da Gianni Amelio.
Il 3 luglio 1992, l’ex Presidente del Consiglio ed ex segretario del Partito Socialista Italiano denunciò alla Camera il deterioramento del sistema di finanziamento della politica, invitando i partiti a una pubblica confessione, nel tentativo di restituire dignità al sistema politico e alle istituzioni. La mancata reazione segnò la crisi e la fine della Prima Repubblica[1].
Con lo sviluppo dell’inchiesta Mani Pulite, Craxi si trasferì in Tunisia. Formalmente non si trattò di un esilio politico, bensì di una decisione volontaria protrattasi fino alla morte. Cessò di vivere nel 2000 ad Hammamet, dove è sepolto nel cimitero cattolico nei pressi della Medina. La tomba, rivolta verso le coste siciliane, reca l’epitaffio «la mia libertà equivale alla mia vita».
[1] Fondazione Craxi – Ente del Terzo Settore, s.d. [Online], URL: https://www.fondazionecraxi.org/bettino-craxi-biografia/, consultato il 10 maggio 2026.
FLUSSI MIGRATORI ITALIANI IN TUNISIA: ANUAC – Rivista della Società italiana di antropologia culturale
I dati e le analisi relativi a questo fenomeno sono stati ricavati dall’indagine di Gloria Frisone[1], che offre una lettura della presenza italiana nell’area interessata, evidenziandone le dimensioni socioeconomiche e relazionali. A questi riscontri empirici si sommano quelli raccolti personalmente dal 28 novembre al 2 dicembre 2025 nella medesima località.
Da circa quindici anni, tale processo migratorio è stato interpretato come una modalità specifica di «esilio fiscale[2]», con plausibili effetti di diseguaglianza intergenerazionale nei Paesi di origine e di riproduzione di asimmetrie economiche negli scenari di destinazione, contribuendo ad approfondire forme di iniquità internazionale (Beretta, 2019). Questa mobilità interessa prevalentemente soggetti impegnati in trasferimenti economici e residenziali di natura individuale. Più specificatamente, si tratta di individui mossi da strategie di investimento e opportunità imprenditoriali, e di attori in uscita dal mercato del lavoro: pensionati over 60, attratti dalla possibilità di ridefinire il proprio benessere economico e biografico.
Il principale fattore di interesse è rappresentato da un regime di defiscalizzazione, reso possibile dalla Convenzione bilaterale Italia-Tunisia del 1984, in vigore dal 1987 (Faranda, 2016; Iorio, 2022). Tale accordo prevede l’esenzione della duplice imposizione fiscale, a condizione che gli interessati trasferiscano la propria residenza e risiedano nel Paese per almeno 183 giorni all’anno. A questo quadro normativo si affianca la Legge Finanziaria del 2006, la quale assicura un sistema fiscale agevolato che incrementa il reddito disponibile, rendendo più sostenibile la permanenza all’estero e incidendo su traiettorie biografiche, relazioni sociali e dinamiche di inserimento della comunità italiana nel contesto tunisino.
«Definire e definirsi espatriati nei paesi postcoloniali come la Tunisia, significa riconoscere una posizione di superiorità gerarchica derivante da un retaggio prettamente coloniale (Cohen E. 1977). Significa altresì, ribadire che, a differenza di altri gruppi migranti, gli espatriati rappresentano una minoranza privilegiata che gode di uno stato sociale elevato e di un ruolo egemonico nei confronti della maggioranza ospitante (Lundström 2014)[3]».
L’oggetto di analisi si inserisce inoltre in ciò che Matthew Hayes (2018) identifica come ethos of geoarbitrage, ovvero la possibilità di convertire guadagni prodotti nei Paesi del Nord globale in un potere d’acquisto più elevato in aree a basso reddito, una logica di ottimizzazione individuale delle risorse economiche che si declina in strategia pianificata.
Se si assume, come proposto da Erik Cohen (1977), che gli effetti dei flussi turistici dipendano dal livello di interazione con la comunità locale, allora diventa nodale l’osservazione della qualità del rapporto tra la popolazione tunisina e gli italiani residenti. In larga parte, la minoranza appare composta da individui appartenenti a una generazione inattiva professionalmente, poco propensa all’apprendimento della lingua araba e legata a un’identità nazionale nostalgica, spesso evocativa dell’Italia degli anni Sessanta. Tale impostazione esistenziale, ancora segnata da logiche turistico-consumistiche, tende a generare relazioni funzionali e distaccate tra il gruppo residente e la popolazione locale.
Ne derivano modalità di interazione caratterizzate da una riduzione degli scambi reciproci, con ricadute sulla coesione sociale, intesa in chiave durkheimiana come solidarietà organica. La barriera linguistica induce molti italiani ultrasessantenni a relazionarsi quasi esclusivamente con soggetti italofoni o francofoni operanti in ambiti di servizio. Anche quando si instaurano contatti più diretti con la popolazione locale, spesso mediati da un francese elementare, tali interazioni rimangono filtrate da rappresentazioni semplificate dell’alterità, tra forme di idealizzazione esotizzante e la costruzione di immagini stereotipate dell’”altro”.
«La vera Tunisia non è solo povera ma anche incontaminata. È percepita come puro paesaggio privo dell’umanità che lo abita e prossima allo “stato di natura”. L’immagine dell’Africa come terra vergine e selvaggia, dove trova posto un’umanità degradata che vive in maniera “miseranda” (Giuseppe, Hammamet, 08/05/24)[4]».
I pensionati italiani non si percepiscono come semplici turisti né come soggetti esterni, ma come residenti portatori di un ruolo. La loro presenza contribuisce a consolidare una marcata omogeneità socioculturale e generazionale, favorendo la diffusione di attività economiche rivolte ai loro gusti e alle loro esigenze, mentre essi stessi partecipano a pratiche di esplorazione culturale del territorio.
Emblematiche risultano, in tal senso, le visite ai villaggi berberi e le escursioni nel deserto, orientate alla ricerca di una “autenticità rappresentata”, intesa come costruzione performativa (MacCannell, 1992). In questo processo, l’esperienza tende a confermare modelli preesistenti, rafforzando la percezione di aver raggiunto una condizione di genuinità culturale.
Di conseguenza, Hammamet, in virtù delle sue trasformazioni urbane e sociali di matrice occidentale, si presenta come uno spazio intermedio: sufficientemente familiare da consentire una residenza stabile e, al contempo, una base prosperosa per spostamenti verso altre destinazioni. Ne emerge il profilo di una collettività italiana scarsamente radicata nel tessuto sociale locale, condizione interpretabile come una «colonia di vacanza[5]» dove si articola un’ordinarietà ibrida all’interno di un sistema di relazioni funzionali e storicamente sedimentate, sintetizzato da Frisone nell’espressione «cibo italiano in piatto tunisino[6]».
[1] Frisone, G., «Hammamet “pensione completa”. Una colonia di vacanza per gli anziani della diaspora italiana in Tunisia», Anuac: Rivista della Società di antropologia culturale [Online], vol. 14 (2) | 2025, pp. 145-169, online dal 19 dicembre 2025, consultato il 10 maggio 2026. URL: https://journals.openedition.org/anuac/2327?
[2] Ivi, p. 150.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, p. 160.
[5] «Parlare di colonia di vacanza evoca innanzitutto il nesso fra turismo e migrazione ravvisabile sia nelle motivazioni consumistiche che caratterizzano la diaspora dei pensionati italiani a Hammamet, sia negli effetti iatrogeni sul tessuto economico, sociale e urbano locale». Ivi, p. 155.
[6] Ivi, p. 157.
RICERCA SUL CAMPO (28 novembre – 2 dicembre 2025)
Durante il soggiorno ad Hammamet, si è verificato un incontro non programmato con Enzo, cittadino italiano ultrasessantenne, trasferitosi nella città mediterranea in seguito all’emergenza pandemica globale.
L’interazione, avvenuta a Elchalma Square, nel contesto urbano del lungomare, ha evidenziato un immediato riconoscimento identitario tra connazionali, un fenomeno ricorrente nelle dinamiche di socialità degli italiani locali. Nel corso della conversazione, l’interlocutore ha menzionato la presenza di giornalisti e ricercatori interessati al flusso migratorio italiano in Tunisia, dimostrando consapevolezza dello sguardo esterno rivolto alla comunità pensionata e alla sua crescente visibilità.
Significativo si è rivelato il riferimento alla tomba di Bettino Craxi come luogo simbolico. Il richiamo ha confermato il valore centrale e memoriale attribuito all’icona craxiana, soprattutto tra soggetti appartenenti a generazioni che mantengono tutt’oggi un forte legame nostalgico con l’Italia del secondo dopoguerra. Pur avendo già visitato lo spazio funebre in precedenza, Enzo ha scelto di percorrere insieme un tratto di strada per accompagnarmici nuovamente.
All’interno dell’area cimiteriale, situata di fronte a quella musulmana, sono emerse concezioni individuali relative ai confini religiosi e culturali. L’informante sosteneva, ad esempio, che l’accesso al cimitero musulmano fosse vietato ai fedeli di altre confessioni religiose, affermazione non corrispondente alle norme vigenti. Tale osservazione ha posto in luce come le pratiche e i comportamenti degli italiani residenti possano essere influenzati più da regole presunte o da rappresentazioni stereotipate che da disposizioni formali.
Focalizzandosi sul mese di Ramadan, il periodo è stato ritenuto dal soggetto una temporalità sociale in grado di ristrutturare i ritmi quotidiani. La chiusura diurna delle attività commerciali e la vivacità notturna sono state mediate da categorie culturali, generando valutazioni oscillanti tra curiosità, distacco e giudizio critico. Allo stesso modo, le interazioni con la popolazione locale venivano di frequente analizzate attraverso generalizzazioni semplificate dell’alterità.
Concomitantemente sono state riscontrate pratiche finalizzate alla ricostruzione di spazi di familiarità culturale: bar che servono caffè “all’italiana”, ristoranti gestiti o frequentati prevalentemente da connazionali, e remoti rituali ordinari, come l’acquisto di sigarette sciolte «Come si faceva una volta in Italia[1]». Tali consuetudini contribuiscono alla creazione di microspazi di continuità identitaria, in cui il gruppo residente riproduce elementi propri all’interno di un ambiente percepito come estraneo.
Il corpus di fattori conferma che alcuni membri della popolazione italiana residente interpretano il contesto tunisino attraverso schemi simbolici consolidati, riconducibili a una prospettiva turistico-esotizzante. In questo quadro, il contatto non genera necessariamente processi di integrazione, ma può rafforzare il mantenimento e la stabilizzazione di confini culturali, preservando modalità di vita già consolidate.
L’esperienza sul campo suggerisce l’esistenza di una presenza italiana caratterizzata da forme di adattamento selettivo: integrata sul piano pratico e residenziale, ma spesso distante da un effettivo radicamento relazionale. Più che un’integrazione, questa collettività assume i tratti di una coabitazione funzionale, in cui i residenti italiani negoziano il proprio rapporto con la realtà tunisina, generando una forma di stabilità adattiva.
[1] Enzo, Hammamet, 30/11/2025.
POPOLAZIONE LOCALE E TURISTE ALGERINE: UN CONTATTO PIÙ INTIMO E PERSONALE
Nei giorni trascorsi immersa nell’atmosfera e nel clima del luogo, ho potuto avvertire una significativa ospitalità, verosimilmente favorita da lineamenti mediterranei comuni, richiamanti le mie origini siciliane.
Il primo contatto interculturale si è verificato a Elchalma Square con un gruppo di quattro algerine che, richiedendo di essere fotografate, si sono rivolte in lingua araba. A fronte della mia manifesta incapacità di comprensione, ho esclamato senza pensarci troppo: «Italiana!», suscitando dall’altra parte entusiasmo e un caloroso «Bellissima!».
Incuriosite, le interlocutrici si sono avvicinate e hanno avviato un dialogo in inglese, condividendo la loro esperienza di viaggio e sottolineando come la Tunisia si distinguesse dalla loro terra d’origine per la maggiore libertà percepita.
Un contatto locale e profondo si è instaurato con Dalila, proprietaria di una bancarella ad Hammamet, la cui padronanza dell’italiano ha immediatamente catturato la mia attenzione. In quell’occasione ho acquistato alcuni abiti tradizionali, adatti per visitare la moschea nelle immediate vicinanze. La commerciante si è premurata di assistermi personalmente nel vestirli, dimostrando cura e attenzione.
Giunta nei pressi dell’edificio sacro, un uomo del posto, appoggiato alle pareti, mi ha rivolto uno sguardo insistente e valutativo, arrecandomi un certo senso di disagio. Gli ho domandato quindi se fosse possibile entrare, ma dopo avermi interrogata circa la mia appartenenza religiosa, ha negato l’ingresso. L’episodio ha provocato un leggero senso di disorientamento, al punto da non intraprendere alcuna azione per far valere il diritto di visita.
Sono perciò istintivamente tornata dall’accoglienza materna di Dalila. Quando le ho confidato l’accaduto, l’ha interpretato come una grave ingiustizia, sottolineando che «la casa di Allah è aperta a tutti[1]». La donna ha proceduto così ad accompagnarmi nella trasmissione diretta di conoscenze religiose e pratiche culturali, aiutandomi a comprendere più profondamente l’Islam attraverso la preghiera condivisa e l’illustrazione delle specificità rituali della fede.
Nei giorni successivi, ho avuto l’opportunità di incontrare e condividere momenti con altre due donne della sua famiglia, le quali, pur comunicando esclusivamente in lingua araba, hanno manifestato grande calorosità e disponibilità, offrendo di frequente tè e frutta. Tali esperienze hanno confermato il ruolo centrale delle donne come custodi della trasmissione culturale e come agenti attivi nelle dinamiche di ospitalità.
L’interazione con i soggetti maschili, invece, non si è rivelata particolarmente produttiva e non ha raggiunto il livello di cordialità riscontrato con l’”italianissimo” Enzo. Nonostante siano di frequente a contatto con i turisti, gli uomini tunisini dimostrano una scarsa competenza dell’inglese e dell’italiano.
Al momento della dichiarazione della mia nazionalità, questi tendevano a pronunciare espressioni colloquiali come «bella», «ciao», «come stai», «mamma mia» o «bella vita», non come un semplice tentativo di comunicazione linguistica, ma piuttosto come una forma di “performance identitaria”: una modalità per dimostrare conoscenze superficiali e, al contempo, cercare accettazione e riconoscimento culturale da parte dell’altro.
La conoscenza dell’inglese, spesso imperfetta, ha generato frequenti incomprensioni. Ad esempio, un tunisino residente in Francia, a cui avevo chiesto spiegazioni su alcune pratiche religiose, probabilmente per eludere la risposta, ha replicato in maniera disinvolta: «Road Quran», e mi ci sono voluti alcuni istanti prima di comprendere che intendesse dire “read”. In un’altra occasione, in un ristorante, alla mia esclamazione «Yes, I’m hungry!» un cameriere ha frainteso l’ultima parola con “angry”, chiedendomi perché fossi arrabbiata. Solo grazie all’uso della lingua italiana siamo riusciti infine a comunicare.
Il fenomeno di differenziazione nell’apprendimento linguistico tra i sessi può essere analizzato alla luce delle trasformazioni socioeconomiche che interessano anche le società del Nordafrica. In tale contesto, molti uomini mostrano una partecipazione economica e professionale bassa e, in alcuni casi, una gestione poco oculata delle risorse, con ripercussioni sulle loro attrattività come potenziali partner, soprattutto tra i celibi. La situazione assume particolare rilievo nelle comunità musulmane, dove agli uomini è attribuito il ruolo di responsabili del sostentamento familiare.
Di conseguenza, le donne non ancora sposate hanno progressivamente aumentato il loro livello di istruzione e le competenze linguistiche, sviluppando una maggiore autonomia economica prima dell’ingresso in relazioni di coppia. Questo sviluppo comporta una maggiore selettività nella scelta del partner, evidenziando una discrepanza tra le ambizioni femminili e quelle dei coetanei maschi, con le prime spesso orientate a sfruttare appieno le opportunità educative e professionali.
[1] Dalila, Hammamet, 29/11/2025.



